21/05/2012
I Santi nostri intercessori
I Santi nostri intercessori
21 Maggio 2012 Lunedi
San Eugenio Mazenod Vescovo
In casa sua ci sono dodici domestici, e lui da piccolo ogni tanto li fa stare immobili e schierati ad ascoltare i suoi discorsi, che imitano quelli dei predicatori. Ha tre nomi (Carlo, Giuseppe, Eugenio), secondo l’uso della famiglia, che è nobile per parte di padre e ricca per la dote proveniente dalla madre. Scoppiata nel 1789 la Rivoluzione francese, i Mazenod fuggono in Italia (Torino, Venezia, Napoli, Palermo), ma già nel 1795 la madre torna in patria, e chiede il divorzio dal marito per salvare il patrimonio dalle confische.
Eugenio ricompare ad Aix-en-Provence solo nel 1802, a vent’anni. Potrebbe avviarsi alla carriera amministrativa, come suo padre; ma durante il soggiorno veneziano (1794-97), il sacerdote Bartolo Zinelli lo ha già avviato alla vita di fede. E lui, nel 1808, entra nel seminario di San Sulpizio a Parigi, ricevendo poi l’ordinazione sacerdotale ad Amiens nel 1811.
Tornato ad Aix, si dedica unicamente alla predicazione, con alcuni altri sacerdoti votati alla missione popolare nelle campagne scristianizzate dalla Rivoluzione (e dai pessimi esempi di prima). Con essi, nel 1816, egli fonda la Società dei Missionari di Provenza, che più tardi si chiameranno Oblati di Maria Immacolata, con tutti i riconoscimenti pontifici, ma sempre scarsi di numero: nel 1841 saranno appena 59.
Intanto Eugenio de Mazenod diventa vicario generale della diocesi di Marsiglia (che è guidata da un suo vecchio zio). Più tardi ne sarà vescovo e, in 37 anni di ministero nella grande città portuale, si scriverà: "egli ricostruì l’opera di quindici secoli". Il tutto, in mezzo a frequenti scontri con i Governi di Parigi – monarchici o repubblicani che fossero – e a penosi dissensi con sacerdoti che non accettavano la regola della vita in comune da lui imposta.
Ma gli volevano bene i semplici fedeli; "e in particolare le famose e tremende pescivendole si affezionarono a quel prelato aristocratico tanto fedele alla sua vocazione: l’evangelizzazione del povero" (N. Del Re). Oltre a guidare la diocesi, Eugenio continua a governare i suoi Oblati, che negli anni Quaranta del secolo “esplodono”: i 59 del 1841 saranno 415 vent’anni dopo, e continueranno a crescere,
andando a predicare in Canada, Stati Uniti, Messico e poi in Africa e in Asia.
Da giovane prete aveva preso il tifo in mezzo ai prigionieri di guerra austriaci, sostituendo il loro cappellano che di tifo era morto. E pure la morte sua è ancora predicazione. Egli ha sempre chiesto al Signore la grazia di morire in piena lucidità,
e così avviene: Eugenio de Mazenod si spegne al canto del Salve Regina, in mezzo agli Oblati, che sulla sua spinta andranno "fino all’estremo limite delle terre abitate", come dice Paolo VI beatificandolo nel 1975. Nel 1995, Giovanni Paolo II lo proclama santo.
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Pregare è dialogare con Dio
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PREGHIERA
O Cristo, nostro Signore e nostro Dio, tu che sei la via, la verità e la vita: illuminaci e custodiscici in questo giorno; ispira le nostre azioni e accompagnale
con il tuo aiuto, perché ogni nostra attività abbia da te il suo inizio e in te il suo compimento. Amen.
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Preghiera,Umiltà,Sofferenza, Sacrificio.
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San Pio da Pietrelcina (Padre Pio)
La vita è una lotta dalla quale non possiamo ritrarci.
Lasciamo il libero corso ai desideri celesti.
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Un Dono mandatoci da Dio.
Un Dono mandatoci da Dio.
Giovanni Paolo II
Cari giovani, non vi sembri strano se, all'inizio del terzo millennio, il Papa vi indica ancora una volta la croce come cammino di vita e di autentica felicità.
La Chiesa da sempre crede e confessa che solo nella croce di Cristo c'è salvezza.
19/05/2012
I Santi nostri intercessori
I Santi nostri intercessori
19 Maggio 2012 Sabato
San Celestino V - Pietro di Morrone Eremita e Papa
Al secolo si chiamava Pietro Angeleri ed era nato verso il 1215 a Isernia (Campobasso) da modesti contadini, penultimo di dodici figli. Dalla madre, rimasta vedova, fu avviato agli studi ecclesiastici, ma siccome si sentiva attratto dalle austerità della vita monastica, a vent'anni Pietro si fece benedettino a Faifoli (Benevento), che lasciò dopo pochi anni per vivere da eremita in una grotta sul monte Palleno.
Dopo tre anni fu ordinato sacerdote a Roma. Ritornò a condurre vita eremitica sul Monte Morrone, nei pressi di Sulmona, assetato di preghiera, di quotidiani digiuni e macerazioni.Ben presto incominciarono ad accorrere a lui dei discepoli coi quali si stabilì sulla Maiella, attorno all'oratorio dello Spirito Santo, e costituì nel 1264, con l'approvazione di Urbano IV, gli Eremiti di San Damiano,
detti poi Celestini, viventi secondo la regola benedettina interpretata con molta severità. Quando venne a sapere che al Concilio di Lione (1274) si volevano limitare i nuovi ordini, vi si recò in persona. Giunse che il concilio era già finito, però fu ricevuto dal Beato Gregorio X che confermò la sua congregazione (1275) costringendo così i vescovi a restituire i beni di cui si erano già appropriati.
Beneficati dal Cardinale Latino Malabranca OP. e da Carlo II, re di Napoli, i religiosi di Pietro Morrone moltiplicarono i monasteri e incorporarono abbazie in decadenza come quelle di Santa Maria di Faifoli e San Giovanni in Piano di cui il fondatore fu successivamente abate.A motivo della grande attrattiva che sentiva per la solitudine, Pietro di Morrone si ritirò ancora una volta a vita eremita sulla Maiella (1284),
lasciando ad altri la direzione di 36 monasteri popolati da circa 600 monaci e oblati. Visse nella sua cella fino a tredici mesi di seguito senza uscirne. Ogni anno faceva quattro quaresime. Riservava alla preghiera tutti i mercoledì e venerdì. Negli altri giorni riceveva i numerosi laici che andavano a consultarlo. Non contento di prodigare ai visitatori buoni consigli, organizzò per essi una pia associazione,
con l'impegno di recitare ogni giorno un certo numero di Pater, amarsi vicendevolmente, evitare il peccato e visitare i poveri e i malati, per soccorrere i quali non esitò a far vendere i calici e gli ornamenti preziosi delle chiese del suo Ordine.Alla morte di Niccolò IV (1292) la Santa Sede rimase vacante per ventisette mesi perché gli undici elettori erano divisi tra i due partiti dei Colonna e degli Orsini,
e il re Carlo II di Napoli (+1309), figlio e successore di Carlo D'Angiò, fratello di S. Luigi IX, re di Francia, brigava perché fosse scelto un cardinale di suo gradimento. L'elezione di Pietro da Morrone, la cui storia sembra una leggenda, è la più strana che si ricordi. Nella primavera del 1294 il re di Napoli si era recato a Perugia e aveva parlamentato con i cardinali radunati in conclave.
Di lì era passato a Sulmona ove concesse dei privilegi ai seguaci del Morrone il quale, poco dopo, scrisse una lettera al cardinale Latino in cui minacciava terribili castighi da parte di Dio se, entro quattro mesi, il sacro Collegio non avesse eletto il papa. Tutti avevano sentito parlare dell'eremita come di un taumaturgo, ma nessuno lo conosceva di vista. Convinti che fosse la persona più adatta a governare la Chiesa, su proposta del cardinal Latino gli diedero il voto.
Una commissione di prelati e di notai fu mandata sulle montagne della Maiella per chiedere al Morrone se voleva accettare. I legati trovarono in una spelonca un vecchio di oltre ottant'anni, pallido, emaciato dai digiuni, vestito di ruvido panno e calzato di pelli d'asino. Gli comunicarono l'elezione al papato, ma egli l'accettò soltanto perché pressato dai confratelli. La notizia dello straordinario avvenimento giunse alla corte di Carlo II, che si precipitò a Sulmona nell'intento di rendere l'eletto
docile strumento dei suoi interessi. Contrariamente al parere dei cardinali, che lo invitarono a Perugia per sottrarlo alle suggestioni dell'Angioino, egli decise di fermarsi un po' di tempo all'Aquila ove, sull'esempio di Cristo, volle entrare seduto su di un asino, scortato da Carlo II e da suo figlio, che sorreggevano le briglie.Davanti la chiesa dì Santa Maria di Collemaggio che Pietro aveva fatto costruire (1287), il 29-8-1294 ricevette in testa la tiara già di Innocenzo III,
e il nome di Celestino V. Ben presto però si dileguarono le speranze riposte in lui, ignaro di latino, digiuno di scienze teologiche e giuridiche, privo di esperienza politica e diplomatica. Il pontefice, sordo ai consigli dei cardinali, s'impigliò ogni giorno più nelle reti che ambiziosi principi e astuti legulei gli tesero. Cominciò a dispensare favori spirituali senza discernimento, specialmente alle chiese
del suo Ordine; pensò di mutare in Celestini gli altri monaci; cercò di obbligare i benedettini di monte Cassino a indossare la tonaca grìgia dei suoi religiosi; permise ai Francescani Spirituali di separarsi dagli altri sotto il nome di "Poveri Eremiti" non considerando in essi che l'austerità della vita. "Nella sua pericolosa semplicità" (L. Muratori) concesse al re di Napoli il prelievo di due decime sui beni della Chiesa
francese e inglese perché potesse finanziare le sue spedizioni militari; la nomina di suo figlio Luigi, di ventun anni, all'arcivescovado di Lione; la nomina di dodici cardinali, di cui sette francesi, due napoletani, e nessuno romano.In ottobre Celestino V decise di abbandonare l'Aquila, ma invece di prendere la via di Roma, contro il parere dei cardinali, si lasciò trascinare a Napoli dal re suo amico e protettore.
I curiali durante i cinque mesi del suo pontificato approfittarono della sua inesperienza per trafficare e vendere grazie e privilegi, mentre i furbi ridevano dicendo che il papa comandava "nella pienezza della sua semplicità". Non volendo perdere nulla delle sue abitudini claustrali, in avvento, in un angolo del Castello Nuovo, Celestino V si fece costruire in legno una colletta in cui passare la quarantena
in preparazione al Natale. Jacopone da Todi frattanto gl'indirizzava le sue frecciate poetiche: "Che farai, Pier di Morrone? - sei venuto al paragone. - Vedremo l'operato - che in cella hai contemplato. - Se il mondo è da te ingannato, - seguirà maleditione". Colpito dal disordine che s'infiltrava nella Chiesa a motivo della sua incapacità amministrativa, Celestino V si rese conto di non essere all'altezza del suo compito, motivo per cui si sentiva gemere, in preda ai rimorsi: "Dio mio, mentre regno sulle anime, ecco che perdo la mia".
Consultò allora esperti canonisti, tra cui Benedetto Gaetani, e tutti gli risposero che il papa poteva abdicare per sufficienti motivi. Appena i napoletani ebbero sentore che un papa così buono e così facile a lasciarsi ingannare stava per abbandonarli, invasero Castel Nuovo. Celestino V riuscì a calmarli a stento con vaghe promesse e l'autorizzazione di fare preghiere e processioni per chiedere a Dio più luce. Dopo aver
preparato con il Gaetani l'atto di rinuncia al potere pontificale e una costituzione che riconosceva al pontefice la facoltà di dimettersi, il giorno di S. Lucia convocò il concistoro, ordinò ai presenti di non interromperlo, poi con voce alta e ferma lesse la sua rinuncia libera e spontanea al potere delle somme chiavi "per causa di umiltà, di perfetta vita e preservazione di coscienza, per debolezza di salute e difetto di
scienza, per ricuperare la pace e la consolazione dell'antico vivere'". Fra le lacrime degli astanti depose le insegne papali per rivestirsi del suo vecchio saio. Bene ha scritto E. Casti in occasione del VI centenario dell'incoronazione di Celestino V; "L'abdicazione di lui non fu ne una viltà, ne un atto di eroismo; fu il semplice compimento dello stretto dovere che incombe a chiunque a assunto un ufficio
sproporzionato alle proprie forze. Il dovere morale di restare al suo posto non poteva obbligare perché in contrasto con l'interesse più imperioso del bene comune".Il 24 dicembre fu eletto papa il cardinal Gaetani col nome di Bonifacio VIII. Uno dei suoi primi atti fu di annullare tutti i favori accordati dal suo predecessore il quale bramava far ritorno al suo eremo, mentre il papa voleva che lo seguisse in Campania per impedire eventuali scismi o ribellioni.
Di mala voglia egli si mise in cammino con l'abate di Monte Cassino. Giunto a San Germano approfittò della sosta per farsi dare un cavallo e fuggire a Monte Morrone, dove per due mesi rimase nascosto alle ricerche dei messi papali. Tentò in seguito la fuga in Grecia, ma una tempesta lo sospinse sul litorale di Vieste. Tradotto nel castello di Fumone vi morì il 19-5-1296 cantando salmi. Clemente V lo canonizzò nel 1313. Le sue reliquie sono venerate a L'Aquila, nella chiesa di Santa Maria di Collemaggio.
00:25 Scritto da: petroneluigi in I Santi del Giorno | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: preparato, atto, rinuncia, potere, costituzione, facoltà convocò, ordinò, presenti, voce, alta, ferma, libera, spontanea, chiavi, causa, umiltà, perfetta, vita, coscienza | OKNOtizie |
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Il Santo che imitando Gesù si spogliò di tutto per fare del bene ovunque
Il Santo che imitando Gesù si spogliò di tutto per fare del bene ovunque
S.Francesco d'Assisi
COLORO CHE NON FANNO PENITENZA.
Invece, tutti coloro che non vivono nella penitenza, e non ricevono il corpo e il sangue del Signore nostro Gesù Cristo, e compiono vizi e peccati, e che camminano dietro la cattiva concupiscenza e i cattivi desideri, e non osservano quelle cose che
hanno promesso, e servono con il proprio corpo il mondo, gli istinti della carne, le cure e le preoccupazioni del mondo le cure di questa vita, ingannati dal diavolo, di cui sono figli e ne compiono le opere, costoro sono ciechi, poiché non vedono la vera
luce, il Signore nostro Gesù Cristo. non posseggono la sapienza spirituale, poiché non hanno in se il Figlio di Dio, che è la vera sapienza del Padre. Di essi dice la Scrittura: " La loro sapienza è stata divorata". Essi vedono, conoscono, sanno e fanno il male e consapevolmente perdono le loro anime.
00:05 Scritto da: petroneluigi in Grandi Condottieri della Fede,Beati,Santi, | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: promesso, servono, corpo, mondo, istinti, cure, vita, ingannati, diavolo, figli, compiono, opere, ciechi, vedono, vera, luce, signore, gesù, cristo, sapienza, spirituale, male, perdono, anime | OKNOtizie |
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18/05/2012
I Santi nostri intercessori
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18 Maggio 2012 Venerdi
San Felice da Cantalice Cappuccino
Felice Porro nacque a Cantalice quasi sicuramente nel 1515; fanciullo si trasferì a Cittaducale, dove servì in casa Picchi in qualità di pastore e di contadino. Alimentò l'innata inclinazione ad una vita austera, ascoltando leggere le Vite dei Padri. Nei primi mesi del 1544, travolto da giovenchi non domi e rimasto miracolosamente incolume,
si decise a mettere in atto senza altri rinvii il proposito, lungamente meditato, di rendersi religioso tra i Cappuccini. Compì l'anno di noviziato a Fiuggi e nel maggio 1545 emetteva la professione dei voti nel convento di S. Giovanni Campano. Quindi sostò per poco più di due anni nei conventi di Tivoli e di Viterbo-Palanzana e, verso la: fine del 1547 o l'inizio del 1548, si trasferì a Roma,
nel convento di S. Bonaventura (attualmente S. Croce dei Lucchesi sotto il Quirinale), dove nei rimanenti quarant'anni della sua vita questuò pane e vino per i suoi confratelli.Felice ebbe un temperamento mistico. Dormiva appena due o tre ore e il resto della notte lo trascorreva in chiesa in preghiera, che per lo più era contemplazione dei misteri della vita di Gesù.
Negli ultimi tre lustri della sua vita si comunicò quotidianamente. Nei giorni festivi soleva peregrinare alle "Sette Chiese" oppure visitava gli infermi nei vari ospedali romani. Nutrì una tenera devozione alla Vergine Madre, che gli apparve più volte.Nei suoi contatti quotidiani con il popolo, fu efficace consigliere spirituale di gente umile e della stessa aristocrazia della Roma rinascimentale.
Fu amico di s. Filippo Neri e di Sisto V, al quale predisse il papato ammonendolo a comportarsi rettamente, e che ne fece celebrare il processo canonico l'anno stesso della morte (giugno-ottobre 1587) con l'intenzione di canonizzarlo immediatamente, poiché i miracoli operati dal santo ancor vivente e subito dopo la morte erano sulla bocca di tutti. Ma di fatto Felice fu beatificato il 1 ottobre 1625 e canonizzato da Clemente XI il 22 maggio.
Il suo corpo riposa nella chiesa dell'Immacolata Concezione di via Veneto in Roma, dove fu trasportato il 27 aprile 1631. La festa liturgica ricorre il 18 maggio.
00:25 Scritto da: petroneluigi in I Santi del Giorno | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: convento, anni, vita, pane, vino, temperamento, mistico, dormiva, ore, notte, chiesa, preghiera, contemplazione, misteri, gesù, comunicò, giorni, festivi, visitava, infermi, vari, ospedali | OKNOtizie |
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Il Cibo di Vita Eterna
Il Cibo di Vita Eterna
Gesù di Nazareth
Mc (1:41)
Sì, lo voglio, sii mondato!
La lebbra per eccellenza il simbolo fisico del peccato nella Bibbia esclude dalla comunione col popolo d’Israele il malato, che deve gridare da lontano «impuro! impuro!» (Levitico 13:45), affinché tutti evitino di accostarglisi e di diventare a loro volta immondi. Questo male, che si propaga a tutto il
corpo rendendolo spregevole al tatto e alla vista, deve richiamare alla nostra mente il modo in cui, spiritualmente, appariamo a Dio (fossimo anche fisicamente sani e materialmente prosperi) quando non siamo da lui purificati. La via della guarigione (e la guarigione di un lebbroso, nelle scritture anticotestamentarie, è paragonata alla risurrezione
di un morto: cfr. Numeri 12:9-15) ci viene indicata: supplicare, prostrati e ravveduti, colui che ci può mondare e riportare alla normalità, a quello stato che Dio vuole per noi. La Chiesa stessa è il popolo dei mondati,dei purificati, di coloro che sono stati lavati dal sangue di Cristo, che erano morti ma sono stati riportati in vita (1Corinzi 6:9-11; Efesini 2:1-10).
Gesù: ecco davvero un profeta e il vero Dio in Israele (cfr. 2Re 5:8-15)!
Il Signore non ha paura della nostra lebbra: lascia che ci accostiamo a
lui e, lungi dal divenire impuro a sua volta (cfr. Numeri 19:22), ci trasmettela sua purezza. Dove arriva il suo Regno, là v’è guarigione, reintegrazionedi fronte a Dio, incontro fra la volontà dell’uomo che implora fiducioso e
quella del Signore, che desidera impietosirsi, rendersi disponibile
e dire: «Sì, lo voglio!». Gesù può risanarci in un istante da una vita
di peccato, può cancellare con una parola anni e anni di accumulo di marcio e putredine nel nostro spirito, può renderci candidi dopo un’esistenza passata ad invecchiare e a corromperci di fuori e di dentro.
Comprenderemo così sempre meglio, scorrendo le pagine del Vangelo,
l’annuncio finale del Signore: chi ha fede e si battezza entra nella salvezza subito (16:16). Il resto della vita dovrà allora essere vissuto con Cristo,operando con lui per mezzo della sua Parola (16:20). Benedetto il giorno in cui la nostra mano si protende per incontrare quella tesa del Signore, e la tocca (cfr. 3:5)!
16/05/2012
Non sarà Catastrofe ma Liberazione
Non sarà Catastrofe ma Liberazione
Apocalisse 21
[1] Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c'era più. [2] Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. [3] Udii allora una voce potente che usciva dal trono: "Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il "Dio-con-loro".
[4] E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate". [5] E Colui che sedeva sul trono disse: "Ecco, io faccio nuove tutte le cose"; e soggiunse: "Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci. 6] Ecco sono compiute! Io sono l'Alfa e l'Omega,
il Principio e la Fine.
A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita. [7] Chi sarà vittorioso erediterà questi beni; io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio. [8] Ma per i vili e gl'increduli, gli abietti e gli omicidi, gl'immorali, i fattucchieri, gli idolàtri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. È questa la seconda morte".
00:05 Scritto da: petroneluigi in Religione Cattolica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: lacrima, occhi, morte, lutto, lamento, affanno, passate, sedeva, trono, disse, scrivi, parole, compiute, principio, fine, sete, acqua, fonte, vita, erediterà, dio, figlio, fuoco, zolfo, morte | OKNOtizie |
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15/05/2012
I Santi nostri intercessori
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15 Maggio 2012 Martedi
Sant' Isidoro l'agricoltore Laico
Nasce in una Spagna che per buona parte è in mano araba, e nell’infanzia sente raccontare le gesta di tre grandi condottieri. Ecco Alfonso VI il Bravo, re di Castiglia e di León, che ha conquistato tante città. E poi Yusuf ibn Tashufin, capo della dinastia musulmana degli Almorávidi, che ha sconfitto Alfonso nel 1081 e ha incorporato i domìni arabi di Spagna nel suo impero nordafricano.
Infine, c’è il condottiero dei condottieri, l’eroe nazionale Ruiz Díaz de Bivar detto il Cid, el que en buena çinxo espada (colui che in buon’ora cinse la spada).Isidoro non ha spada né cavallo. Orfano del padre fin da piccolo, va poi a lavorare la terra sotto padrone, nelle campagne intorno a Madrid. A causa della guerra, cerca rifugio e lavoro più verso nord, a Torrelaguna. E vi trova anche moglie: Maria Toribia, contadina come lui.
Isidoro è un credente schietto. Partecipa ogni giorno alla Messa mattutina, e durante la giornata lo si vede spesso appartato in preghiera. Questo gli tira addosso le accuse di altri salariati: ha poca voglia di lavorare, perde tempo, sfrutta le nostre fatiche. È già accaduto agli inizi, nelle campagne di Madrid; poi continua a Torrelaguna, e più tardi a Madrid ancora, quando lui vi ritorna alla fine dei combattimenti.
A queste accuse Isidoro non si ribella, ma neppure si piega. Il padrone è preoccupato, non si fida di lui? E allora sorvegli, controlli, verifichi i risultati del suo lavoro... E questo fa appunto il padrone, scoprendo che Isidoro ha sì perso tempo inginocchiandosi ogni tanto a pregare, ma che alla sera aveva mietuto la stessa quantità di grano degli altri. E così al tempo dell’aratura:
tanta orazione pure lì, ma a fine giornata tutta la sua parte di terra era dissodata.
Juan de Vargas si chiama questo proprietario, che dapprima tiene d’occhio Isidoro con diffidenza; ma alla fine, toccata con mano la sua onestà, arriva a dire che quei risultati non si spiegano solo con la capacità di lavoro; ci sono anche degli interventi soprannaturali: avvengono miracoli, insomma, sulle sue terre.
E altri diffondono via via la voce: in tempo di mietitura, il grano raccolto da Isidoro veniva prodigiosamente moltiplicato. Durante l’aratura, mentre lui pregava in ginocchio, gli angeli lavoravano al posto suo con l’aratro e con i buoi. Così il bracciante malvisto diventa l’uomo di fiducia del padrone, porta a casa più soldi e li divide tra i poveri. Né lui né sua moglie cambiano vita:
è intorno a loro e grazie a loro che la povera gente incomincia a vivere un po’meglio. Nel tempo delle epiche gesta di tanti conquistatori, le imprese di Isidoro sono queste, fino alla morte. A volte certi suoi atti fanno pensare a Francesco d’Assisi. Per esempio, quando d’inverno si preoccupa per gli uccelli affamati: e per loro, andando al mulino con un sacco di grano, ne sparge i chicchi a grandi manciate sulla neve;
ma quando arriva al mulino, il sacco è di nuovo prodigiosamente pieno. Lavorare, pregare, donare: le sue gesta sono tutte qui, e dopo la morte lo rendono famoso come Alfonso il Bravo e come il Cid. Nel 1170 il suo corpo viene deposto nella chiesa madrilena di Sant’Andrea, e col tempo la sua fama si divulga in Spagna, nelle colonie spagnole d’America e in alcune regioni del Nord europa.
Nel 1622, Isidoro l’Agricoltore viene canonizzato da Gregorio XV (con Ignazio di Loyola e Francesco Saverio). Nel 1697 papa Innocenzo XII proclama beata sua moglie Maria Toribia. Le reliquie di sant’Isidoro si trovano ora nella cattedrale di Madrid.
00:25 Scritto da: petroneluigi in I Santi del Giorno | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: via, voce, tempo, mietitura, grano, raccolto, aratura, pregava, ginocchio, angeli, lavoravano, posto, aratro, buoi, bracciante, uomo, fiducia, padrone, porta, casa, soldi, divide, poveri, moglie, vita | OKNOtizie |
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